Il Blog interMassonico ''Progetto Domani''

Cento Anni di Solitudine.

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Themistocle (del 24/08/2008 @ 17:00:00, in Storia, linkato 23 volte)

Come esiste l'antimassoneria, così esiste anche l'anticliericalismo: le intolleranze e le fantasiose maldicenze non hanno colore. L'immaginazione si nutre a volte di una opinabile commistione di comprovati fatti reali e di ipotesi campate in aria.

Pubblichiamo in formato MP3 la trasmissione di Rai Radio 2, documentata e divertente, sulla storia dalla Papessa Giovanna:

Rai Radio 2 - L'apparenza inganna

La Papessa Giovanna è una leggenda, ma con dei precisi riferimenti storici. Potrebbe forse anche essere un'invenzione della tradizione popolare anticlericale ed eretica.
Sembra faccia riferimento a lei l'omonimo arcano dei tarocchi.


Secondo la leggenda, una donna inglese, educata a Magonza e vestita in abiti maschili, a causa della natura convincente del suo travestimento divenne un monaco con il nome di Johannes Anglicus. Venne eletta dopo la morte di papa Leone IV (17 luglio 855) in un'epoca in cui il metodo di selezione dei papi era quasi fortuito, prendendo il nome di papa Giovanni VIII.
La papessa era sessualmente promiscua e rimase incinta da uno dei suoi amanti. Durante la processione di Pasqua, nei pressi della Basilica di San Clemente, la folla entusiasta si strinse attorno al cavallo che portava il pontefice. Il cavallò reagì, quasi provocando un incidente. Il trauma dell'esperienza portò "papa Giovanni" ad un travaglio prematuro.
Scopertone il segreto, la papessa Giovanna venne trascinata per i piedi da un cavallo, attraverso le strade di Roma, e lapidata a morte dalla folla inferocita. Venne sepolta nella strada dove la sua vera identità era stata svelata, tra San Giovanni in Laterano e la Basilica di San Pietro. Questa strada venne (apparentemente) evitata dalle successive processioni papali - anche se quando quest'ultimo dettaglio divenne parte della leggenda popolare, nel XIV secolo, il papato era ad Avignone, e non c'erano processioni papali a Roma.

Sempre secondo la leggenda, a Giovanna successe papa Benedetto III, che regnò per breve tempo, ma si assicurò che il suo predecessore venisse omesso dalle registrazioni storiche. Benedetto III si considera abbia regnato dall'855 al 7 aprile 858. Il nome papale che Giovanna assunse venne in seguito autilizzato da un altro papa Giovanni VIII (pontefice dal 14 dicembre 872 al 16 dicembre 882).
Nessuno può dire se la papessa Giovanna sia o no mai esistita. C'è chi sostiene che sia un racconto nato dallo "spettegolio" popolare, causato dai "vizietti" dei papi, che a volte tanto casti non sono stati, facendo così attribuire il nome di papessa alle donnine che con loro trascorrevano qualche ora di libertà. Si dice che una tra tutte spiccò perché più gradita ai pontefici del tempo, e si narra che il suo nome fu proprio Giovanna. Fatto sta che ci fu un periodo in cui la reale consistenza della storia fu quasi generalmente accettata: vi fa convinto riferimento addirittura Guglielmo di Ockham.

Un altro elemento che avrebbe potuto scatenare la già fertile fantasia medievale, facendo nascere così la storia di Giovanna, furono le sedie "stercorarie".
Si tratta di tre sedie dotate di un taglio centrale a forma di mezzaluna posto sul sedile all'altezza dei genitali del prossimo successore di Pietro, che permetteva a un cardinale scelto il controllo del reale sesso del papa appena eletto, prima dell'investitura. La chiesa del tempo però si difendeva dalle facili ironie attribuendo significati teologici agli originali scranni, ad esempio la sedia era analoga ad una sedia da parto per simboleggiare la "chiesa madre" e il numero tre richiamava la Trinità (due di queste sedie sono ancora visibili, una è conservata nei musei vaticani e l'altra al Louvre di Parigi).
Il neo-eletto Papa doveva sedersi in successione su ognuna delle tre sedie per ricevere i simboli del suo pontificato, sul seggio di destra il pontefice riceveva il bastone e le chiavi, in quello di sinistra una cintura rossa dalla quale pendevano dodici gemme ed infine si sedeva in quello centrale ormai divenuto papa. Ma per la gente comune era il modo che la chiesa aveva adottato per non incappare nuovamente in tragedie simili ed impedire così per sempre alle donne l'ascesa al pontificato.

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Di Themistocle (del 08/08/2008 @ 15:40:00, in Cultura, linkato 12 volte)

Siamo nel 1769.
Wolfgang Amadeus Mozart, invitato dall'allora Commissario di frontiera Giuseppe Nicolò Cristiani Rall, si reca a Rovereto in visita col padre.
Inizia così, con un concerto nella Chiesa di San Marco il 26 dicembre di quell'anno, il legame eccellente fra la figura del grande compositore salisburghese e la città lagarina, che nel XVIII secolo viene citata al pari di Vienna, Salisburgo e Milano. Un legame profondo, che ha dato come suo più interessante frutto, la nascita di un Festival musicale interamente dedicato a Mozart.


Il Festival Mozart di Rovereto nasce nel 1987, dalla forte volontà della cittadina trentina di ricordare per sempre la presenza del compositore salisburghese, valorizzando i luoghi stessi in cui Mozart suonò e soggiornò, insieme alla felice intuizione delle amministrazioni locali, di fare della Vallagarina - terra di confine e di incontri - ancor più luogo di mescolanza di sensibilità diverse.

Il tessuto culturale vivace e attento di Rovereto - patria natale di alcuni fra i più grandi artisti italiani di inizio secolo - pensiamo a Fortunato Depero per tutti - favorisce il fiorente sviluppo della manifestazione: nel corso degli anni il Festival diviene punto di riferimento nel panorama concertistico e musicale europeo, luogo d'incontro per alcuni fra i più grandi interpreti musicali.

Il programma della manifestazione è consultabile al link: http://www.festivalmozartrovereto.com/programma08.asp


Il Festival Internazionale W.A. Mozart a Rovereto 2008 ribadisce il confronto tra tradizione e innovazione ruotando intorno ad appuntamenti del repertorio classico e a momenti incentrati sulla sperimentazione e la rilettura secondo i linguaggi della contemporaneità.
Centro tematico della ventunesima edizione sarà "il popolare in Mozart" ovvero l'indagine, l'analisi e l'approfondimento sull'utilizzo del patrimonio di estrazione popolare nell'opera del salisburghese.


In quest'ottica il Festival si apre con il Singspiel "Der Schauspieldirektor" che parodizza il "commercio" operistico dell'epoca, mentre capisaldi degli appuntamenti concertistici saranno due prestigiose presenze orchestrali: la London Chamber Orchestra con Pascal Rogè solista, a caratterizzare il primo fine settimana del Festival ( 26, 27, 28 settembre) all'insegna del grande repertorio classico e l' Orchestra Filarmonica di Torino nell'appuntamento che sviluppa la collaborazione tra il Festival e il Concorso Internazionale di Composizione "2 Agosto" di Bologna, a caratterizzare il secondo (3, 4, 5 ottobre) all'insegna del nuovo. Nel confronto dialogico tra tradizione e contemporaneità, si inseriscono anche i numerosi concerti da camera - fra cui l'appuntamento con Maurizio Zanini e le prime parti degli archi del Teatro alla Scala di Milano - sviluppati nelle cornici dei palazzi mozartiani, delle sale e delle chiese della Vallagarina: tra questi risaltano quello del Bozen Baroque Ensemble sul fronte della filologia e della percussionista Evelyn Glennie su quello dedicato ai nuovi linguaggi.

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Di Themistocle (del 03/08/2008 @ 17:17:00, in Cultura, linkato 59 volte)

Dopo aver segnalato l’inizio delle trasmissioni su Radio Rai 2 di “Le pietre e la luce“, condotte da Marco Meschini nel corso della rubrica “Alle otto della sera“, ora pubblichiamo le registrazioni delle puntate in formato MP3, incentrate sul tema della storia e dei misteri delle cattedrali.

Cos'è una cattedrale? Chi sono gli uomini, le donne, i preti e gli assassini, i santi e gli artisti che hanno dato forma alle cattedrali del Medioevo? Il presupposto è: la cattedrale come un luogo di vita - e quindi anche di morte e resurrezione. La cattedrale non è un museo, bensì un campo di battaglia, dove la fatica delle pietre si confronta con la limpidezza della luce.


Una sintesi mai tentata, che mira a far conoscere la storia, i personaggi, i monumenti e i molteplici significati delle grandi cattedrali medievali attraverso il racconto dell'autore, Marco Meschini, di grandi eventi di cui sono state teatro.

Ogni file è di circa 14MB ha una durata d'ascolto di 20 minuti.

Puntata n° 01
Puntata n° 02
Puntata n° 03
Puntata n° 04
Puntata n° 05
Puntata n° 06
Puntata n° 07
Puntata n° 08
Puntata n° 09
Puntata n° 10
Puntata n° 11
Puntata n° 12
Puntata n° 13
Puntata n° 14
Puntata n° 15
Puntata n° 16
Puntata n° 17
Puntata n° 18
Puntata n° 19
Puntata n° 20
Tutte le puntate (264 MB)

Marco Meschini è storico e docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Medievalista de «Il Giornale», è ideatore e curatore della Collana dedicata al Medioevo per la Biblioteca storica del quotidiano. Fra le sue opere ricordiamo il fortunato volume "1204: l’incompiuta. La quarta crociata e le conquiste di Costantinopoli", giunto alla terza edizione italiana e già tradotto in lingua straniera. È consulente storico ed editoriale per case editrici e di produzione televisiva italiane.

Bibliografia - Orientarsi nella gran selva dell'architettura e, più in generale, dell'arte medievale non è facile: si possono però tenere come riferimento alcune opere fondamentali disponibili in Italia, foriere a loro volta di scoperte e piste di ricerca.

Anzitutto ricordiamo l'Enciclopedia dell'arte medievale, diretta da Angiola Maria Romanini, I-XII, Treccani, Roma 1991-2002, imprescindibile per la vastissima mole di contenuti sia testuali sia iconografici, i nodi storiografici, l'aggiornamento bibliografico e molto altro: un vero fundamentum da cui partire con sicurezza.
Vi sono poi i quattro volumi di Arti e storia nel Medioevo, a cura di Enrico Castelnuovo e Giuseppe Sergi, I-IV, Einaudi, Torino 2002-2004, dedicati a Tempi, spazi, istituzioni (vol. I), Tecniche, artisti, artigiani e committenti (vol. II), Pubblici, forme e funzioni (vol. III) e infine Il Medioevo al passato e al presente (vol. IV).

Sul tema specifico delle cattedrali si parta poi almeno da Jean Gimpel, Costruttori di cattedrali, Jaca Book, Milano 1982 e Bernhard Schutz, L'Europa delle cattedrali, Jaca Book, Milano 2005.
Decisivo per il mutamento di orientamenti storiografici a livello non solo italiano è poi anche Il Medioevo delle cattedrali. Chiesa e impero: la lotta delle immagini (secoli XI e XII). Catalogo della mostra (Parma, 9 aprile-16 luglio 2006), a cura di Carlo Arturo Quintavalle, Skira, Milano 2006. Resta sempre stimolante il classico di Georges Duby, San Bernardo e l'arte cistercense, Einaudi, Torino 1997.

Per gli artisti medievali si ha un'agile e documentata introduzione in Artifex bonus. Il mondo dell'artista medievale, a cura di Enrico Castelnuovo, Laterza, Roma - Bari 2004. Sulle vetrate il testo di riferimento è Enrico Castelnuovo, Vetrate medievali. Officine, tecniche, maestri, Einaudi, Torino 1994.

Per la svolta architettonica, artistica e culturale dei secoli XI-XIII si veda almeno il bel volume di Charles M. Radding e William W. Clark, Architettura e sapere nel Medioevo, Vita e Pensiero, Milano 1997.
Per i significati ultimi delle cattedrali medievali restano imprescindibili Erwin Panofsky, Architettura gotica e filosofia scolastica, Liguori, Napoli 1986 e Otto von Simson, La cattedrale gotica. Il concetto medievale di ordine, Il Mulino, Bologna 1988. Per inquadrare adeguatamente queste tematiche è poi fondamentale anche Marie-Dominique Chenu, Il risveglio della coscienza nella civiltà medievale, Jaca Book, Milano 1991, che pure non parla di architettura ma tratteggia i fondamenti culturali e di pensiero su cui fiorì la grande stagione del gotico: perché l'arte è lo specchio e, insieme, l'anima di una civiltà.

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Di Themistocle (del 27/07/2008 @ 17:00:00, in Cultura, linkato 44 volte)

Se non fosse stato per lui forse alcuni capolavori di Mozart non avrebbero avuto tutto il successo che conosciamo, ma quella del librettista fu solo una delle sue mille attività: Lorenzo da Ponte fece il precettore e il segretario, l'editore e il libraio, il distillatore e il venditore ambulante.

Ma era anche prete, marito e, come Mozart, Massone.


Riportiamo più sotto il link dal quale è possibile scaricare in formato MP3 l'interessante storia del librettista più noto che W. A. Mozart abbia avuto.

La registrazione è di circa 25MB per una durata di 35 minuti.

Lorenzo da Ponte: La Carriera di un libertino

Riportiamo inoltre qui di seguito lo stralcio di un'intervista di Maria Agostinelli a Saverio Franchi sull'argomento.

D. Ci potrebbe tracciare un breve ritratto del librettista Lorenzo Da Ponte?

R. Da Ponte è un autore geniale, e si classifica tra quegli avventurieri della penna che hanno caratterizzato il Settecento europeo.
Fu un poeta libertino in tutti i sensi, anche come percorso biografico. Nacque da una famiglia ebraica e il suo vero nome era Emanuele Conegliano. La famiglia, su sollecitazione del vescovo di Ceneda – l’attuale Vittorio Veneto - si convertì al cattolicesimo, e il piccolo Emanuele venne preso a benvolere dal vescovo che lo fece studiare e gli cambiò il nome dandogli il suo cognome. Da Ponte ripagò il vescovo dal punto di vista dell’ingegno ma non sotto altri aspetti, perché condusse una vita irregolare al limite della liceità e della legalità, sempre bandito da una città e dall’altra, addirittura perseguitato dalla Repubblica Veneta in cui era nato.
Giunse a Trieste solo per muoversi verso Dresda, dove c’era un re di Sassonia che adorava le opere italiane. Però si fermò prima, a Vienna, dove trovò il successo e la fama.
Da Ponte è un poeta di genio, capace di apprendere perfettamente la lezione di Goldoni. Accanto alla sua produzione di prosa, infatti, Goldoni scrisse parecchi libretti in musica e guadagnò molti seguaci ed imitatori. Il suo realismo sociale si rivelò assai misurato per quanto riguarda il costume, cercando di non valicare mai i confini del buon senso e anticipando in ciò un’inclinazione che sarà tipica del mondo liberale ottocentesco. Da Ponte non fu assolutamente così: adoperò la tecnica realistica di Goldoni per mettere in scena situazioni provocatorie, ironiche, sarcastiche. Ma era anche l’epoca a portarlo su questa strada.

D. Com’è avvenuto l’incontro tra Da Ponte e Mozart e qual è stata la genesi del Don Giovanni?

R. Si incontrarono perché lavoravano nella stessa città e negli stessi ambienti teatrali. La produzione teatrale viennese era completamente controllata dal governo: c’era quindi un legame molto forte tra l’attività degli spettacoli e l’imperatore Giuseppe II.
Tale situazione portò Da Ponte ad entrare in contatto con tutti i musicisti di Vienna, anche con Mozart.

Quest’ultimo, che aveva una straordinaria competenza in materia di libretti, era alla continua ricerca di buone storie e di geniali librettisti. Pensava però che gli italiani fossero pericolosi, pur rimanendo affascinato dall’opera del nostro paese. Quando si incontrarono erano ambedue pieni di inquietudini e di ambizioni, ma si capirono, anche umanamente. Questa intesa si realizzò in tre famosissime opere – con soggetto sempre scelto da Mozart - la prima delle quali è Le nozze di Figaro. Le nozze di Figaro deriva da una commedia di Beaumarchais carica di elementi quasi sovversivi da un punto di vista sociale, tanto che era stata censurata. Ovviamente, essendo un libro proibito, lo scritto circolava ancora di più, ma nessuno si sarebbe mai immaginato che a qualcuno fosse venuto in mente di trarci un melodramma.

Oltretutto si trattava di un’azione molto complessa, con parecchi personaggi. Mozart insistette lo stesso, rischiò, ed ebbe successo grazie alla benevolenza dell’imperatore. Da Ponte ne trasse una commedia squisita, con tanta parte di umanità: emozione, dolore, riflessione. Fu abilissimo a focalizzare l’attenzione più sulla vicenda interiore ai personaggi che sulle tematiche sociali, pur mantenendo intatto lo spirito dello scritto originale.
La seconda esperienza fu quella del Don Giovanni. Ovviamente Da Ponte non fu mai moralistico, e anche in questo caso prese ciò che era stato scritto sul personaggio traendone un qualcosa di più personale e originale.
Nel 1810 chiesero a Beethoven di parlare dei grandi musicisti moderni. Quando arrivò il turno di Mozart egli lo descrisse come un sommo genio, ma lo accusò di aver scritto il Don Giovanni. Questo perché? Perché Beethoven, sia pure in senso molto ideale e senza alcuna venatura di violenza, era essenzialmente un moralista. Egli intendeva il Don Giovanni come la celebrazione del male, perché il male vi si presenta in maniera così grandiosa che non può non essere ammirato. Effettivamente gran parte di questa operazione è dovuta a Da Ponte, che ha radicalmente trasformato l’originale di Tirso De Molina, sebbene lo stesso testo fosse già stato portato nel tetro musicale più volte – ad esempio con Gazzaniga, su libretto di Bertati, che lo musicò circa cinque anni prima della versione di Mozart.
Il duo Mozart-Da Ponte sapeva benissimo di cosa si trattava, perché aveva davanti un modello di poco precedente che aveva riscosso un buon successo. Andavano alla ricerca di un piatto forte, di carattere aristocratico ma capace di allargare la fascia di pubblico alla quale si rivolgevano.
Ne uscì un lavoro straordinario, che però manteneva qualcosa della versione originale. Sicuramente non venne mantenuto il clima da Controriforma per cui il malvagio, laddove la società fallisce, viene punito dalla volontà divina. La morale tornava però a ripetersi, così come si rinnovava la carica eversiva del libertino.
La vicenda originaria risentiva inoltre di una situazione storico-politica che vorrei precisare. Nella seconda metà del Cinquecento, in Spagna, la situazione politica è determinata dal regno di Filippo II, uno dei primi sovrani ad aver instaurato un potere assoluto e ad aver gettato le basi del potere centralizzato moderno. Ciò provocò una fortissima pressione sull’aristocrazia, che reagì anche ideologicamente teorizzando una sorta di libertà del gentiluomo di provincia contro la prepotenza del potere centrale. In Don Giovanni questo dato si configura in maniera precisa, nell’originale ma anche nella versione di Da Ponte. Il fatto che don Giovanni voglia sedurre donna Anna ha un significato particolare: non si tratta semplicemente di una ragazza da aggiungere alla sua lista, ma della figlia del Commendatore, che è il rappresentante del re a Siviglia. È uno sfregio verso il potere centrale attuato da un uomo che vuole rivendicare le antiche libertà.

La parola “libertino” nasce proprio nel tardo Cinquecento e si lega a personaggi del genere, ossia a quei nobili che rivendicano la propria libertà di comportamento nei confronti di tutte le oppressioni, anche quella della chiesa verso i costumi. Ovviamente l’uomo comune fu colpito principalmente dal loro comportamento irregolare sotto il profilo sessuale e familiare, e da qui l’attuale significato.
All’epoca di Mozart questo don Giovanni si rivelò al passo con i tempi, perché sembrò sposare proprio quelle idee che allora risultavano più rivoluzionarie ed avanzate.
Nel finale del primo atto si svolge una festa organizzata da don Giovanni per sedurre una contadinella, Zerlina. A questa festa, che si svolge nel suo palazzo, vengono invitati tutti i contadini dei dintorni. Arrivano però degli individui mascherati, che hanno intenzione di partecipare all'evento per ucciderlo. Leporello, che lo ignora, li scorge dalla finestra e chiama don Giovanni, il quale gli dice di invitare anche loro. Nel momento in cui entrano a palazzo, don Giovanni canta: “E’ aperto a tutti quanti, viva la libertà!”, e tutti gli fanno eco: “Viva la libertà!”. È veramente travolgente: non ci sono più barriere tra i ceti sociali, non ci sono più barriere di costume. Qui si pratica l’amore libero. Ciò per l’epoca era veramente incredibile: non a caso Don Giovanni fu musicato da un massone, e anche Da Ponte era iscritto alla massoneria. Meraviglia il fatto che fosse rappresentata una cosa del genere.

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Saverio Franchi è insegnante di storia della musica al Conservatorio di Perugia e all'Università della stessa città.

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Di Themistocle (del 20/07/2008 @ 17:00:00, in Cultura, linkato 50 volte)
Segnaliamo e pubblichiamo il numero del 6 Luglio 2008 de "La Domenica di Repubblica".
Le prime tre pagine sono dedicate a Hugo Pratt, attraverso due articoli scritti rispettivamente da Michele Serra e dalla figlia di Pratt, Silvina.

La Domenica di Repubblica - 06.07.2008


Esce infatti anche in Italia il libro della figlia "Con Hugo" per i tipi di Marsilio Editori (256 pagine, 16 Euro).



E' in libreria dall'8 Luglio ed è stato presentato a Venezia nello stesso giorno al museo di Cà Rezzonico.
Il disegnatore Milo Manara definiva il suo amico e maestro Hugo Pratt "la persona più libera che io abbia mai conosciuto".
Pubblichiamo qui di seguito anche la rassegna stampa dei principali quotidiani che hanno parlato del libro nelle loro pagine.

Il Gazzettino - 06.07.2008
La Repubblica - 06.07.2008
Il Corriere del Veneto - 08.07.2008
Il Gazzettino - 08.07.2008
L'Arena - 12.07.2008

Grazie a Corto Maltese, personaggio originalissimo della Storia del fumetto, Hugo Pratt fa parte a pieno diritto del pantheon degli scrittori-viaggiatori, insieme a Stevenson, Conrad o London. È ormai una leggenda. Con le sue verità e le sue menzogne.



Dietro l’immagine del disegnatore geniale, è l’uomo messo a nudo, il padre, quello che ci racconta Silvina Pratt. Per la prima volta, la figlia minore rievoca gli anni passati accanto all’uomo che non ha mai chiamato altrimenti che “Hugo”, da Buenos Aires a Parigi, passando per Venezia, l’isola di Pasqua, Barcellona e Grandvaux, in Svizzera. Corredato da un ricco apparato di disegni inediti e foto private, "Con Hugo" è un documento unico su un artista d’eccezione che compose la sua vita a immagine e somiglianza dei suoi sogni. Racconta anche il destino di una donna, in modo forte e commovente.

Silvina Pratt è nata nel 1964 a Buenos Aires. Insieme alla madre, ha tradotto gran parte dell’opera di Hugo Pratt in francese. Vive attualmente a Nantes con i tre figli.
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Di Themistocle (del 16/07/2008 @ 17:17:00, in Mistica e religione, linkato 119 volte)

Segnaliamo e pubblichiamo le 33 puntate in formato MP3 de “Il Cammino“: radiocronaca del pellegrinaggio lungo il Cammino di San Giacomo compiuto da due personaggi d’eccezione.

Buona parte del cammino è infatti percorso dalla strana coppia Piergiorgio Odifreddi - Sergio Valzania: il matematico ateo militante e il cattolico direttore di Radio3 hanno occasione di misurare le proprie idee lungo gli 800 chilometri del Cammino che da Roncisvalle porta alla capitale della Galizia su una delle sacre vie d’Europa. A loro si accompagna Franco Cardini.


Inoltre è aperta al pubblico a Firenze, fino al 31 Luglio, la mostra fotografica di Lorenzo Carlomagno "Il Cammino di Santiago. Magico è il viaggio che unisce l'ordinario all'impossibile" presso il Museo di Storia Naturale (Serre dell'Orto Botanico) in Via Micheli 3.

La storia

Giacomo, figlio di Zebedeo, pescatore, era uno dei 12 apostoli, come il fratello Giovanni l’Evangelista. Dopo la resurrezione di Cristo per molti anni girò la penisola iberica per compiere opera di evangelizzazione. Tornato in Palestina fu fatto decapitare dal re Erode Agrippa, il quale temeva che l’apostolo potesse acquisire un eccessivo potere; i suoi discepoli Attanasio e Teodoro ne raccolsero il corpo e lo trasportarono segretamente con una nave nei luoghi della predicazione. Sbarcati nei pressi di Finisterre si addentrarono in Galizia e gli diedero sepoltura.

Nei secoli successivi si perse traccia del sepolcro.


Nell’anno 813 l’eremita Pelayo vide, per molti giorni successivi, una pioggia di stelle cadere sopra un colle. Una notte gli apparve in sogno San Giacomo che gli svelò come il luogo delle luci indicasse la sua tomba. L’abate rimosse la terra che nei secoli si era depositata e scoprì il sepolcro. Ne diede notizia al Vescovo locale Teodomiro che confermò la veridicità dell’accaduto. La notizia giunse presto al papa ed ai principali sovrani cattolici dell’epoca. Di qui iniziò il culto di Santiago (il nome è la contrazione di San Giacomo). Fu costruita una piccola chiesa sul luogo del sepolcro; ben presto sorse intorno una città che fu denominata Santiago de Compostela (da campus stellae)

Le puntate, ognuna poco meno di 20MB e circa 25 minuti d’ascolto, possono essere scaricate dai seguenti link:

Puntata n° 01

Puntata n° 02

Puntata n° 03

Puntata n° 04

Puntata n° 05

Puntata n° 06

Puntata n° 07

Puntata n° 08

Puntata n° 09

Puntata n° 10

Puntata n° 11

Puntata n° 12

Puntata n° 13

Puntata n° 14

Puntata n° 15

Puntata n° 16

Puntata n° 17

Puntata n° 18

Puntata n° 19

Puntata n° 20

Puntata n° 21

Puntata n° 22

Puntata n° 23

Puntata n° 24

Puntata n° 25

Puntata n° 26

Puntata n° 27

Puntata n° 28

Puntata n° 29

Puntata n° 30

Puntata n° 31

Puntata n° 32

Puntata n° 33

Tutte le puntate (circa 550MB)

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Di KA (del 14/07/2008 @ 12:00:00, in Massoneria, linkato 114 volte)
Carissimo,
in questo clima Solstiziale, con le sue consuete celebrazioni che tutti ci accomunano, il pensiero corre alle variazioni cosmiche, pur in un'apparenza immutabile; alle porte che si chiudono e che si aprono; al vecchio, simbolicamente purificato dal fuoco e alla purezza del nuovo, non ancora contaminato e quindi immune da ogni ipotesi di purificazione.
Come non ripercorrere, a ritroso, dai due Giovanni a Giano, la lunga via del Mito e andare oltre, fino alla matrix dove i sentimenti prendono forma?



Ci sarà qualche dotto che abbia voglia di cogliere il senso esistenziale della Mitologia, restituendole la dignità che ebbe presso gli antichi, in un cosmo equilibrato che non era "meno" dell'oggi, ma semplicemente "altro"?
O qualche Alchimista sopravissuto alle dosi massicce di anestetico che la moderna massoneria dissemina per continuare a navigare a vista, che nella sua Officina riprenda i quattro elementi, Terra, Aria, Acqua, Fuoco, e li collochi al Centro?
C'è una Storia potata, dai tempi del Cristianesimo costantiniano, che via via riaffiora, sotto le ceneri; ed è Pagana.
E, per quanto osteggiata e demonizzata, non è mai stata contro niente; nata dall'uomo e trasmessa nei millenni, ha accompagnato le moltitudini, le nascite, le morti, prima che qualcuno la seppellisse come "peccato".
Analoga al destino che ebbe la Gnosi, parte colta, non avversa, di un Cristianesimo ormai disinvolto e sommamente crudele, diventato religione di Stato, condannata e perseguitata come Eresia.
Inevitabile, quando qualcuno si arroga il diritto di possedere la Verità.
È una Storia stupenda, ancora lì, nei suoi siti archeologici scoperti e in quelli che ancora s'ignorano: ma c'è; c'è stata: non è una invenzione, da Giza a Qumràn.

Il Mito

Già nella parola esprime un'idea di forza (il suo significato, in greco, è "narrazione").
Religiosi od Eroici, tutti i Miti hanno in comune due diverse chiavi di lettura: una essoterica, divulgativa e favolistica e un'altra, esoterica, simbolica e riservata a pochi.
Alcuni studiosi si spingono più in là, come Giambattista Vico, secondo cui la Storia, mai scritta direttamente dall'uomo, è rivelata dall'acume di questi nel districare l'intreccio delle antiche credenze.
Per cui i miti greci e romani, ad esempio, altro non sarebbero che l'espressione fantastica di fatti reali (pensa alla guerra di Troia).



Comunque lo si collochi, il Mito è stato e resta un Valore; per alcuni immenso, come ponte fra l'umano e il divino; per altri, domestico, entro i limiti della propria tribù, ma sempre un archetipo, una storia narrata.
L'uomo ha bisogno della sua Utopia e il Mito la racconta.
La "Lapis exilis" c'era già, prima che la cercassero; c'erano già le leggi universali, la Luna e le maree, i pianeti e le stelle, prima che li studiassimo.
E c'era anche, perfetto nella sua imperfezione, l'amore fra l'uomo e la donna; l'elemento Solare creativamente legato a quello Lunare: l'Esoterismo ne è stato una chiave di lettura, ma c'era già.
Gran parte dei Simboli radica nei ricordi, nelle voci trasmesse ad orecchio fra gli Iniziati: foreste di parole, di gesti, di segni, che ti entravano in casa, con la leggerezza di una fiaba o il peso di una profezia; e intorno al fuoco, nascevano storie.
Le storie dei focolari valgono, perché, almeno, possono vantare una genealogia.

Oggi

Le storie che ci raccontano, oggi, invece, sono senza radici; non sono neanche un fatto di forma – che già sarebbe qualcosa – ma, più miseramente di consuetudine o, se preferisci, di professione.
È triste constatare che, dopo secoli dalle Confraternite di Mestiere a cui tanto dobbiamo, la postmodernità, oltre a nausearci con la faccia di bronzo del politico, abbia saputo plasmare la statuetta d'argilla del massone.
E te li ritrovi lì: ci sei in mezzo e, in quanto mestieranti, hanno interessi e profitti da difendere e lacché sempre disponibili. Se poi decorati con sciarpine e nappine, levitano da terra, perché "speciali"; funzionali a un sistema invasivo che tutti ossequiano nel pubblico e criticano nel privato.
Capaci di disquisire e incapaci di distinguere fra la Tradizione e l'effimero. Vincolati al carroccio pesante che trainano e slegati dagli Ascari che schiacciano: numeri in crescita, elevati a potenza, come stratificazione coesa della casta.
Anni luce di distanza dal ricordo più sfumato della Libera Muratoria.

Mille volte ho pensato che non ne valesse la pena; che dopo anni di illusioni, di delusioni, di disillusioni, il buon senso consigliasse altre rotte ed altri approdi. Quanto meno un po' d'aria pulita!
Ma, c'è un "ma" che ci frega.
La presenza degli "altri", che avvertono disagi simili; che sono disorientati e ti caricano delle loro speranze, che ti obiettano che non puoi essere così egoista e limitarti a pensare e a scrivere; che ti convincono di aver bisogno di te, per come sei (anche se poi ti buggerano), sino al punto che, inconsapevolmente, ti dimentichi dell'ego storico e, salute permettendo, ti senti obbligato a sostenerli, ad ascoltarli, a difenderli, se necessario.
Non è eroismo, ma semplicemente Spirito Massonico.
Vista cinicamente, è questa la Fregatura.
Se però nessuno facesse questo, avrebbero ragione "loro" nel difendere il bottino dell"'appropriazione indebita" dell'Ordine.
A noi basta "l'onore" di imbracciare una spada dalla lama pulita, giusto perché non ci va d'interpretare il ruolo del Profeta disarmato e lì ci fermiamo. Un po' poco, non ti pare?
Resta un sassolino nella scarpa, per le cose di cui sopra.
L' aver scelto, nel ventaglio delle possibilità, di dare testimonianza di un modo d' "essere" Massone, prima che di "fare", oltre ad onorare, senza strombazzi, l'Ordine, ci conferma nella serena appartenenza alla Tradizione, della quale non è pensabile alcun surrogato.
Astenendoci dalle grandi manovre e senza l'ausilio di truppe cammellate, questa appartenza ha carattere di reciprocità: vero che noi apparteniamo all'Ordine, per ciò stesso l'Ordine ci appartiene.
Vuol essere per un cm quadrato, ma abbiamo il dovere di difendere tale proprietà e senza sconti.
Significa evitare di subire pedissequamente e, da uomini del dubbio, promuovere la capacità critica di chi dimentica la dotazione, secondo natura, di "penduli".
Fatica immane, mi dirai, che rischia di collocarci in una conflittualità permanente; ma se il Servizio è stravolto dal Potere e questo, supinamente, impone il servizio, noi, che stiamo a farci?
"Essere, non essere" – è il problema di sempre.
Io non posso accettare che in Massoneria si facciano "ragionamenti pratici"; che ci si appaghi delle manifestazioni oceaniche; che si cerchino alleanze nelle istituzioni, nei circoli; che si contrabbandi la minuteria metallica dei gadget, per Simboli Esoterici, sino ad allestire la "Porta Portese" dei posti in platea; che si tuoni (anche ad Alghero) contro Fratel Pasquino (da cui peraltro dissento), dimentichi d'esserne i legittimi genitori.
In questo, la mia tolleranza, si corazza di incazzatura.
Si può tollerare la frode, nel mondo profano; si può ammettere che il dritto abbia soppiantato il galantuomo (parola ormai desueta che va scomparendo dai vocabolari); si può anche essere fatalisti e catastrofici: ma in Massoneria, no.
Il Cambiamento è l'essenza della Libera Muratoria; di sé, in primo luogo e di riflesso, della società.
Bellissimo concetto, che potrebbe stamparsi sopra una scatola di detersivo e ne aumenterebbe la vendita.
Il Cambiamento non ce lo regala nessuno, meno che mai chi è dedito all'autoconservazione.
Il cambiamento non è un ariete; non deve sfondare nessuna rocca: di porte terrene sbattute in faccia a vario titolo se ne può già essere stufi; ma la capacità di dire; la possibilità di esprimersi liberamente, senza venire automaticamente incasellati fra i Talebani; il diritto di dissentire senza dimenticare il dovere di rispettare quello che non si accetta; la forza di rimuovere, pietra su pietra, i muretti a secco che separano, in una sorta di "ideologia delle chiudende", Fratello da Fratello, questo sì, dobbiamo avere la determinazione di compierlo.
Il Cambiamento ce lo costruiamo con le nostre mani e per il fatto che sappiamo pensarlo, abbiamo la forza di realizzarlo.
Non c'è perfezione rituale che tenga. Non c'è appagamento formale nell'estetica; non c'è bravura dialettica, disinvoltura logica o acutezza semantica; il fine, la ragione per cui, il delta alluvionale, non può che essere: "S e r v i r e".
Facile giocare con le parole e sottolineare che ciò vuol dire: "non servirsi".
Se l'obiettivo non è l'Uomo, con il suo dramma esistenziale, si può anche cavalcare Pègaso, ma non si va da nessuna parte.



Narciso si appagava della propria immagine riflessa, gratificante fino a che l'acqua, increspandosi, la spezzava.
Se la Massoneria, nel suo scorrere millenario, nonostante gli ostacoli e gli straripamenti, non riprende, come i grandi fiumi che seguitano ancora ad andare, una volta in mare, la propria vocazione di Spazio, ha definitivamente perso il suo appuntamento con la Storia.
I fiumi seguono la loro spinta naturale, sino a sfociare; per farlo non necessitano del gradimento, della legittimazione del mare.
Vanno, perché nati per andare e restano quel che sono a lungo, prima di darsi.
La "trasparenza" è un'arma a doppio taglio: ti rende visibile per ciò che credi di essere e ti impedisce di vedere quello che dovresti essere, che gli altri sanno e non vedono.

Perdona la logorrea. Ho detto.
Al piacere di leggerti.
Un Triplice Fraterno Abbraccio.

08.07.08
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Di Maria Isis (del 04/07/2008 @ 20:49:43, in Massoneria, linkato 160 volte)
Recentemente Luigi Pruneti S.G.C.G.M. della Gran Loggia d'Italia degli A.L.A.M. riguardo al periodo di apprendistato ha dichiarato che, dal momento che l’Apprendista non sa né leggere né scrivere, ha il dovere del silenzio, dovere che deve essere esteso anche a tutti quegli eventuali scritti che volesse produrre.
Silenzio
E’ un tema che non manca mai di portare al confronto le considerazioni più varie, a partire da tutti quei MM.VV. e/o Sorveglianti che ritengono necessario valutare il lavoro svolto nel silenzio da un apprendista tramite test (leggi “Tavole”) periodici che spesso hanno il solo risultato di rassicurare se stessi sul proprio operato in Loggia.

Il problema è che la Loggia non è una classe scolastica, il M.V. non è un docente e il ruolo dei Fratelli non è quello degli alunni.

Troppo spesso nei nostri Templi si fa confusione tra questi luoghi.
Il silenzio così sofferto da parte degli apprendisti, vissuto come limite imposto e mal sopportato, è una dimensione privilegiata in cui cercare la propria Via.

Tanti si avvicinano alla Massoneria perché “sentono” affinità e sintonia per gli ideali che esprime; troppi si sentono già arrivati e troppo pieni di se stessi tanto da non aver spazio per amare gli altri. E gli scritti riflettono questa situazione somigliando a dotte ricerche teoriche su questo o quell’altro simbolo. Ma una tavola non è questo. È l’espressione del simbolo in noi, è ciò che attraverso il simbolo si muove (si smuove) e agisce. È l’energia che lavora in noi per produrre frutti dentro e fuori la Loggia.
È la voce che grida nel deserto. Ma per sentire quella voce occorre fare il deserto del nostro ego nel Silenzio del Tempio.

21.06.2008
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Di KA (del 21/06/2008 @ 10:19:08, in Massoneria, linkato 187 volte)
La celebrazione dei Solstizi non nacque nelle Logge Massoniche; ha origini remote ed è legata al culto del Sole, talmente importante, nell’antichità, che a Roma, sotto l'imperatore Aureliano (270-275) fu elevato a religione ufficiale dell'impero, con riferimento a Mithra, divinità solare persiana, molto più lontana nel tempo (nel 1400 a.C. è fra gli dei di Stato dell'impero mesopotamico).


Ma per dare un'idea di che cosa il Sole abbia significato per l'uomo, fin dalle epoche primitive, necessita uno sguardo più ampio e una riflessione globale sugli albori di una pratica cultuale condivisa e distribuita su tutta la terra, perché lì radica la Tradizione.


Il Culto del Sole

Quando non identificato con Dio, gli è andato, però, molto vicino. Il suo valore simbolico, la sua emanazione vitale, manifesta, con luce e calore, fanno dire a Platone che a Lui si devono, il Bene, l'Intuizione, la Conoscenza.
Immagine di una provvidenza superiore, pensato come figlio del Titano Iperiòne e di Tea (o, secondo altri, di Eurifaèssa "Quella che risplende"), non sempre fu divinità al maschile; interessante, perché richiama il retaggio della Dea Madre; se per gli Egizi fu Ra ed Horus (ma non solo, con Amenophis IV – Akhenaton, fu Aton); se per i Persiani fu Ormuzd e Mitra; se per i Grecoromani fu Elios e Apollo; fu anche al femminile Amaterasu, per i Giapponesi e per i Germani, Sunna.
Ovunque adorato, fu, ancora, Bèlo, nel mito Caldeo; Mòloch in quello Cananeo; Belfagor, in quello Moabitico; Tàmmo per gli Idumei; Adad o Adone per i Fenici; Atide per i Frigi; Assabìno per gli Etiopi; Ammone per i Libii; Odino per gli Scandinavi.
A Lui furono consacrate le città di Eliopoli, in Egitto e di Balbek, in Siria.
Noti i templi dedicatigli a Palmira e Babilonia; meno noto uno fra i sette Pirèi della Persia a lui consacrato. A Lui fanno riferimento molti attributi di luoghi e persone elevati a simbolo (tipo il Sol Levante per i Giapponesi ed il Re Sole, Luigi XIV, per i Francesi).
Tutti ricordano il significato attribuito alle eclissi nell'antichità; lo sgomento, la paura ed i riti propiziatori per il ripristino della normalità, comprensiva anche dei suoi soprusi e delle sue infamie, entrambi con la connotazione della sicurezza.
Le speculazioni del pensiero legate al Suo sorgere ed al Suo tramontare, sono innumerevoli. La ritualità dei solstizi nasce come intervento propiziatorio e rafforzativo umano a garantire l'alternarsi del giorno con la notte ed il ciclo delle stagioni. Da qui i fuochi, distribuiti presso tutti i popoli e aventi tutti il medesimo scopo.
Né si possono dimenticare i sacrifici umani della Florida, della Virginia, del Perù, in particolare, aventi lo scopo della sua ricomparsa quotidiana.
Per gli Egizi il Sole era il Centro attorno a cui i pianeti ruotavano e verso cui i Faraoni si dirigevano, al momento del trapasso. Era una concezione di ordine cosmico che si tentava di trasferire sulla terra secondo una proiezione ortogonale delle principali costellazioni; che scandiva i ritmi e si apriva agli uomini svelando e rivelando i "perché" secondo formule magiche.


Si è concordi nel ritenere che la Magia sia stata il primo mezzo di comunicazione fra l'umano e il divino.
Anche sotto il profilo esoterico il Sole, in quanto energia vitale positiva (maschile) penetra e feconda la Terra, energia negativa (femminile).
Il frutto di questa unione, la sua sintesi, sarà lo Spirito, di cui la Genesi: "…e la terra era informe e vuota, e le tenebre erano sopra la faccia dell'abisso; e lo Spirito di Dio si muoveva nelle acque" (Genesi, 1 – 2)
In Grecia, come per gli Egizi, questa idea nota come "elioteismo", venne ripresa e fatta propria dalla scuola Stoica fondata ad Atene da Zenone di Cizio, nel III sec. a.C.
Il ruolo energetico negativo della Terra è svolto spesso dalla Luna, associata al Sole; per i Druidi il culto fu lunare.
C'è una costante che accompagna, secondo un ordine atemporale, la ricerca del "Centro" cosmico da parte delle elités; così i Caldei, i Persiani, gli Egizi, i Greci, i Romani, gli Gnostici, i Templari, i Rosacruciani, gli Illuminati, i Massoni, altro non sono che gli anelli di una ideale Catena Iniziatica che supera gli spazi fisici e riconduce, ininterrotta, la stessa intuizione verso il Cardine unico da cui ogni vibrazione energetica muove ed a cui ritorna.
Entro la ristretta gabbia del nostro tempo, possiamo dire che si porta bene i suoi anni, il Sole. Magari invecchierà, ma non è per ora.
L'equazione: Luce, Calore, uguale Vita, è passata, immutata, attraverso le tre fasi fondamentali del percorso esistenziale dell'uomo: la magica, la religiosa, la scientifica, restando se stesso anche nella quarta: il postmoderno, che non si sa bene che cosa sia rispetto alla modernità, ma deve pur essere qualcosa.

Mithra

Portato in Occidente dalle legioni romane, il culto di Mithra merita una attenzione particolare, per la lunghissima durata della sua religione, per i suoi significati esoterici ed essoterici, per l'influsso (oltreché per la rivalità) che ebbe in seguito col nascente Cristianesimo, debitore al Mithraismo di straordinarie similitudini.
Qualche storico si è sbilanciato ad affermare che se il Cristianesimo non fosse prevalso, l'Europa sarebbe stata Mithraica.

In questo continente si diffuse e soppiantò altre religioni mediorientali, come i culti di Osiride, di Attis (divinità frigia), di Adone, mantenendo, tuttavia, con questi un comune denominatore di origine al femminile: la fertilità generatrice della Terra, quindi il culto della Dea Madre, Astarte o Cibele.
In quanto divinità solare, Mithra è garante dell'ordine cosmico e dell'alternarsi delle stagioni, ma anche, sul piano morale, è il difensore dell'uomo, dei patti e dei giuramenti, delle leggi e del loro rispetto, della fedeltà e della verità (e basterebbe questo per intuire l'importanza che ebbe). Inoltre, i suoi tratti guerrieri, evidenti nella sua rappresentazione, armato di mazza e su un carro trainato da cavalli bianchi, ne fecero il dio prediletto dei combattenti.
L'imperatore Commodo (180-192) si fece iniziare ai suoi misteri e Giuliano l'Apostata fu l'ultimo baluardo di questa religione così temuta dai Cristiani.
Anche nel Mithraismo abbiamo un battesimo, un cibo sacro (pane, acqua e vino) consumato e condiviso in memoria dell'ultimo pasto del maestro che, subito dopo, ascese al cielo col carro del Sole.
La sua religione richiedeva che i fedeli combattessero il male, con particolare riferimento alla menzogna ed alla impurità dei sensi.
Era garantita all'uomo la resurrezione e la beatitudine, alla fine dei tempi, tramite una bevanda dell'immortalità (tutte cose che hanno avuto un certo mercato fra la buona gente).
Non solo; il Cristianesimo nascente fece coincidere la data della natività di Gesù (che secondo alcuni studiosi sarebbe nato in estate, verso la fine di giugno) con la Festa del Sol Invictus, il 25 dicembre.
Ciò non deve stupire, perché il Cristianesimo, con la sua forza dirompente, comparve ad un certo punto della storia dell’uomo, ma prima, molto prima, c’era l’uomo, già col suo sentimento religioso, con la sua morale, la sua scienza, la sua grandezza e la sua miseria.

Giano

Anche per questa divinità, espressamente romana delle origini, si intravede un mito solare al maschile, riferito a Diana.
Inizialmente spirito protettore della porta (Janua), da cui possono penetrare mali e sfortuna, fu elevato a dio domestico, e, come Vesta, inserito nella religione di Stato. Per estensione, gli fu attribuita la funzione di apertura delle porte del cielo al mattino, e della loro chiusura alla sera.
Fu rappresentato con due facce (bifronte) a simbolo speculare dell'entrata e dell'uscita (ma anche, in senso divinatorio, passato e futuro) e, in quanto protettore di Roma, l'anno cominciava con lui (Januarius). Alle Calende di gennaio ricorreva la sua festa. Interessante notare che in tale circostanza , mentre si ornavano le porte delle case con rami d'alloro, ci si scambiava doni ed auguri.


Dio del principio, a lui si attribuiva la nascita della religione, così come il conio delle monete metalliche (nel dritto delle monete romane compariva l'effige di Giano e nel rovescio una nave).
Al mitico Numa Pompilio si fa risalire la costruzione del Templum Jani nel Foro, simbolo della pace e della guerra; in quest'ultimo caso restava aperta una porta del tempio che veniva richiusa con un rito solenne, raggiunta la pace.
Nulla aveva inizio a Roma, senza l'invocazione a Giano, dio delle "Porte" astrali, dei Solstizi d'inverno e d'estate, celebrati presso tutti i popoli.
Per i Greci "Porta della Luce" quello invernale e "Porta dei Padri" (o degli uomini, quello estivo).
Porte, quindi passaggi, cambiamenti, variazioni della Luce, anche sul piano esistenziale umano che, indipendentemente dal livello di civiltà, e dall'appartenenza religiosa, era intessuto di sacralità.

Dubitare è dell'uomo

Bisognerebbe andarci più cauti nell'identificare il senso del sacro che accompagna l'uomo sin dalla notte dei tempi, con le religioni, qualunque esse siano, perché ad una riflessione serena, potrebbero apparire come risposte organizzate, garanti di ciò che assolutamente si ignora, ma, al meglio, si presume poter essere, e soprattutto garanti di uno status privilegiato e indiscutibile dei vertici.

Il mistero ci avvolge, lo riconosceva anche Einstein, ma quel divino che è in noi, più o meno avvertito; quel senso di privazione per qualcosa che è nostro, ma non qui; quell'armonia che spande dall'idea di un Ordine Universale da cui partiamo ed a cui torniamo, possono essere il nostro filo diretto e non richiedere alcun intermediario.
È meno consolatorio della scorciatoia per l'al di là col biglietto "tutto compreso" che ti garantiscono le religioni, ma forse meno infantile e più maturo.
Peraltro la paura fa presa e crea la speranza (che è sempre figlia della paura). L'impalcatura cristiano-cattolica ne è la massima espressione, con la paura dell'inferno e la speranza del paradiso, fertilizzata attraverso l'uso storico del confessionale.
Nessun impero economico che si conosca ha mai realizzato tanto, spendendo così poco.
Ma oggi, che di giorno in giorno, nuove scoperte ci obbligano a rivedere la Storia, a volte sconcertanti come le probabili piramidi in Serbia, vicino a Sarajevo, dieci volte più grandi di quella di Cheope a Giza; oggi non possiamo accettare che sia bastato l'incendio della Biblioteca di Alessandria ad opera di primi cristiani un po' troppo zelanti, e i roghi di migliaia di testi, per farci dimenticare l'antica cultura, la morale della saggezza, la poesia e la musica; e la filosofia (!) trasmesseci dai Padri.
Il rito pagano bisognerebbe pensarlo sentito ed eseguito nella sua solennità e nel suo significato simbolico, reso grande non da ciò che era, ma dalla grandezza del bisogno di sacralità dell’Uomo.
I culti della Natura avevano una loro funzione ed una loro bellezza, in una società matura, che rifletteva sul mistero delle proprie origini. La scienza d’oggi ci dice, con Einstein, che: “Solo chi ha il senso dell’insondabile Mistero che lo circonda, può essere uno scienziato”…Non siamo molto lontani da allora, circa le nostre origini.
E non deve sconcertare il significato simbolico e la coincidenza voluta di certe date, perché si cercava di collegare il nuovo accadimento con ciò che gli era precedente, con le antiche Profezie, con l’antica, eterna, domanda di Giustizia per tutta l’Umanità.
Così nacque un Dio da una vergine, nel solstizio d’inverno, morì e discese agli inferi, come negli antichi Miti, come accadde ad Orfeo…per resuscitare nell’equinozio di primavera. Ebbe 12 apostoli, dodici, come i segni dello zodiaco e come i mesi dell’anno. Il suo Trionfo sul Male, rappresentato dal Serpente (che gli antichi Egizi chiamavano Tifone e identificava il dio Seth) coincise col periodo in cui il Sole è nell’alto dei cieli.

Le Logge di S. Giovanni

Le Logge di San Giovanni di Scozia sono care alla ritualità Massonica e armonizzano le festività religiose con le più antiche ritualità pagane dei Solstizi. La Massoneria studia i misteri della Natura e della Scienza e pone la Misura e “Il senso della Misura” nella sua massima accezione, alla base della propria natura Geometrica (squadra, riga e compasso); anzi, il Massone è (o dovrebbe essere) "l'Uomo che ha il senso della Misura".
Così i due Giovanni inglobano la filosofia iniziatica collegata al dio romano Giano, una faccia del quale era rivolta al passato e l’altra al futuro, e perpetuano il Messaggio di salvezza, rivolto a ciascuno: “Raddrizzate le vie del Signore…” e: “In principio era il Verbo”.

La novità del Cristianesimo ha un suo valore perché unisce e spiega il “prima” e il “dopo”. In tal senso ai due Giovanni si collega il “mistero delle chiavi” col suo antico culto di iniziazione e in tal modo essi rappresentano i limiti, primo ed ultimo, passato e futuro.
Il Solstizio d'estate, con l'ingresso del Sole nel segno del cancro, proietta, esotericamente, la luce Lunare sulla colonna Boaz: è la porta zodiacale degli Inferi; Janua Inferni, VITRIOL Alchemico. Il Cancro favorisce la discesa; al contrario, il Solstizio d'inverno, con l'ingresso nel segno del Capricorno, stimola la risalita: è la Porta dei Cieli, Janua Coeli.
Forze orizzontali e verticali che si intersecano e interagiscono, come in certi luoghi considerati "magici" sulla terra.
Sotto il profilo esoterico, a Giovanni Battista può riferirsi l’Orizzontale, cioè la Livella (Isaia: “si colmi ogni valle, si abbassi ogni collina…” dimensione lunare, femminile, conservatrice di ogni cosa.
A Giovanni Evangelista invece può attribuirsi la Verticale, il Filo a Piombo. Il suo simbolo è l’Aquila, sta in alto, non cammina, scende e, come Apollo, è portatore di Luce…Il suo profilo di Giano è rivolto verso l'Aurora, a significare la forza della Parola: il Logos; che non rende nella sua pienezza, tradotto con "parola": è la Parola Gesto; è il Verbo che crea; è il dire e il fare insieme; molto diverso dall'inutile discarica di parole anemiche che si è soliti scambiarsi, dentro e fuori.
Anche l’idea della “riflessione” a lui attribuita, è un’immagine lunare, materna (la luce riflessa) ma non terrena, “cosmica”. Tocca quella parte di noi che non possiamo appieno definire “nostra”, che è il nostro “divino”.
Che ce ne accorgiamo o meno, siamo fatti anche di “spazio”. La nostra corporeità occupa uno spazio.
Il senso dello spazio porta all’illimitato…, devi aggiungerci qualcosa per definirlo, per circoscriverlo: “un piccolo spazio…”ma lo Spazio in sé, come concetto, non ha limiti, come lo Spirito.

16.06.2008

_______

[1] Solstizio – ciascuno dei due momenti in cui il Sole raggiunge la massima declinazione (rispettivamente: 23°27’ nord e 23°27’ sud. Solstiz. d’estate, il 21 giugno, inizio dell’estate astronomica, l’istante in cui il Sole cessa di alzarsi sopra l’equatore celeste e sembra fermarsi, per poi riabbassarsi, per cui raggiunge la massima altezza nell’emisfero nord e la minima nell’emisfero sud – Solstizio d’inverno, inizio dell’inverno astronomico).

Equinozio – Notte uguale al giorno – equinozio di primavera, 21 marzo – equinozio d’autunno, 23 settembre – Ciascuno dei due punti d’incontro dell’eclittica col piano dell’equatore celeste. (eclittica: traiettoria – cerchio massimo – apparente del Sole sulla sfera celeste nel suo corso annuale. Il suo nome è legato alle eclissi, che si verificano quando la Luna viene a trovarsi allineata con la Terra e il Sole sul piano dell’Eclittica).

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Di KA (del 05/06/2008 @ 23:30:00, in Massoneria, linkato 470 volte)
Imparate a coltivare la Giustizia

"Il giusto non sparisce che quando
un giusto equivalente viene al mondo.
Così è scritto:
il sole tramonta e il sole sorge"

(Talmud, Yoma, 38b)

"Pio
ve sul giusto e piove sull'ingiusto;
ma sul giusto piove di più,
perché l'ingiusto gli ruba l'ombrello"
(Lord Bowen, da Sands of Time)


Due modi diversi e fra loro lontani per introdurre un ragionamento non facile sulla Giustizia; solenne il primo, leggero e attuale il secondo, richiamano la nostra attenzione sul valore Essenziale che l'idea di Giustizia ha avuto in tutti i tempi, presso tutti i popoli e la sua collocazione centrale come Simbolo nell'Esoterismo.


Parallelamente e per contrasto, la massima aspirazione regolativa, fra gli uomini, nasce dalla costante, atavica, esperienza dell'ingiustizia. Accennavo al suo valore Iniziatico.
In Massoneria, collocata al Centro, troppo frequentemente somiglia all'Altare della Patria col suo monumento al Milite Ignoto. Davanti all'Altare della Patria si passa tutti i giorni; lo si vede distrattamente, per alcuni è bello, per altri è pacchiano, per molti è ingombrante: proprio come la Giustizia.
Eppure, a grattare fra le carte, tipo l'Emulation, una delle prime domande poste al candidato nel corso della Cerimonia di Passaggio implica la risposta: "In una Loggia, giusta, perfetta e regolare" e, in seguito: "Uomini giusti, retti e liberi, ecc.".
Sono frasi nette, essenziali, il cui significato è inequivocabile.
In entrambe, non casualmente, è al primo posto la "Giustizia", quasi a significare, a ribadire che si intende la condizione essenziale, la "conditio" senza la cui realizzazione non sono possibili le altre.
Con grande frequenza, nei testi, si ripete e si approfondisce il concetto di Giustizia, punto di partenza singolo e di arrivo collettivo, che identifica la sostanziale diversità del rapportarsi agli altri, rispetto al mondo profano, in cui vige la regola della frode, della sopraffazione, dell'ingiustizia.
Neanche questo è casuale.
Ci si preoccupa, sapientemente, di escludere, di bandire dalla Loggia, quel "vizio" le cui prigioni non sono mai abbastanza profonde e che, con troppa frequenza, quando non ripulito da ricorrenti "amnistie", sa ammantarsi di apparente virtù, a tal punto da saper sedurre anche i più accorti, i più sicuri, fra i F.lli. E' un primo utile spunto di riflessione, con riferimento al titolo, tratto dall'Eneide. (libr. VI – v. 620).

Un approfondimento a se stante meriterebbe l'idea di giustizia sul piano sociale, il cui concetto ispirativo è impensabile, se non riferito al principio iniziatico.
Sembra evidente che i soli possibili fautori di cambiamenti, leggi e conseguenti applicazioni, secondo giustizia, nel mondo profano, possono essere solo i "Giusti" in senso iniziatico. Argomento ampio e complesso, che richiederebbe altro discorso.
Non è superfluo sottolineare, che l'unico modo veramente concreto in cui un Massone può adoperarsi per una migliore giustizia sociale e contro le ingiustizie che ci affliggono, non può consistere che nel farsi "egli stesso" giusto, nel proprio sentire così come nel proprio operare.
Esortazione bellissima, che lascio alla sensibilità di ciascuno ed alla sua capacità di osservazione, caso mai, dentro, come Diogene, la ritrovasse. Anche perché la giustizia non usa il clacson per farsi strada; non strombazza per avvisare che c'è; non mette nessuno sotto le ruote; non lancia anatemi, né scomuniche.
La Giustizia non giudica: interpreta; e interpretare, voler capire, implica necessariamente una sospensione del giudizio, prima della applicazione della norma.
Peraltro, in molti casi, un atto di giustizia è più difficile di un gesto di bontà, per l'obbligo indispensabile del distinguo e della doverosa analisi delle cose, una volta che si sia deciso di assumersi le proprie responsabilità: peso insostenibile anche per la coscienza, talvolta.

Quell'esortazione dall'Eneide, a suo tempo, fu dalla mia Comunità, assunta come la nostra massima, in un momento di grande coesione, di costruzione, di gioia. Alla distanza, poi, si ha modo di capire che, se la gioia è il mattone, il cemento sono il dolore, la privazione, la necessità.
Oggi, più consapevoli, più provati, vale la pena richiamare quel motto, tenendo presente, come su accennato, che giudicare secondo Giustizia implica un piccolo paradosso, perché vuol dire obbligarsi a cercare di comprendere non solo gli effetti, ma anche le cause, le connessioni, spesso scomode; in breve a tentare di capire il "perché", senza idee preconcette, quindi a sospendere il giudizio, a cui è destinata una fase successiva: non si giudica "durante", ma "poi". E poiché si tratta di entrare nel merito, si può farlo solo in punta di piedi e con grande cautela, perché si entra nella "persona", nel suo universo.
Ecco perché giudicare è difficile.


L'Arcano Maggiore VIII

Non casualmente la Giustizia è femmina.
Archetipo della madre che genera; idea lunare della completezza, dell'equilibrio, della perfezione, è all'origine della ricerca di Armonia fra l'uomo e il cosmo.
Nella simbologia greca, si fuse con Temi, favoleggiata figlia del Cielo e della Terra (o di Urano e di Gea).
Per i Romani ebbe i caratteri di Astrea e di Dike (quindi figlia di Zeus e di Temi).
Si aggirava fra gli uomini per educarli alla giustizia.
Giovenale scrisse che: "Un tempo nessuno temeva ancora i ladri e la gente viveva senza chiudere l'orto".
Poi, disgustata dal comportamento umano, insieme alla Pudicizia, sua sorella, fuggirono fra gli dei.
Già in antico era raffigurata con una spada (attività), in una mano e nell'altra una bilancia (ricettività), a significare, per l'uomo il giusto mezzo e la linearità della rettitudine.
Nei Tarocchi di Marsiglia sono maggiormente evidenti, rispetto agli altri, le funzioni spirituali ed esoteriche della Giustizia.




È la prima carta, nell'ordine, che guarda frontalmente davanti a sé, quasi a penetrare e indurre all'introspezione. Niente, nell'Arcano è simmetrico; ciò che sta a destra e molto diverso, nel rapporto e nelle dimensioni, da ciò che sta a sinistra.
Nemmeno la bilancia è in asse, come a significare l'impossibilità dell'equilibrio tanto cercato, fra gli uomini, essendo tutto ciò che vive, squilibrato; la vita stessa, uno squilibrio termico. L'equilibrio è la morte.
Ma c'è un senso, nell'apparente paradosso: la necessità insopprimibile, per l'uomo, di interrogarsi; quasi una maledizione; e dissanguarsi in una miriade di risposte insoddisfacenti. Come l'orizzonte, sempre di fronte, beffardo e lontano.


Altro paradosso

Nonostante l'immensità del Messaggio da noi ereditato; nonostante il lascito spirituale dei Padri; nonostante la persecuzione, nei secoli, a cui l'Ordine è stato sottoposto, agli occhi della gente, quasi per un capriccio storico, è maggiormente nota quella Massoneria piccolo-borghese, da fiera paesana, cialtrona e trafficona che tanti guasti ha prodotto, a seguito degli scandali e degli affari ambigui in cui si è invischiata.
E' anche questa una lezione che credo convenga tenere presente quando sono in gioco i sentimenti.

E' però doveroso ricordare che al di là e nonostante gli sbagli; i vari tentativi di arruolare la Fratellanza sotto questa o quella bandiera e ogni tipo di smarrimento a cui un Libero Muratore è esposto, i Simboli, i Rituali e la Dimensione Iniziatica sono stati conservati e ci sono pervenuti.
Di più: a dispetto di alcune perpetrate manipolazioni, oggi, proprio dai Rituali Iniziatici Massonici sembra espandersi quella risposta di sacralizzazione che l'uomo moderno sembra abbia ripreso a cercare.


I Simboli

Anche quelli che appaiono più semplici, custodiscono e nascondono profonde verità, risposte intuibili e non facilmente comunicabili; una Tradizione da rispettare e un Insegnamento da estrarre.
Sono anche i Segni tangibili della "presenza", dell'"impronta" del passato, con i suoi echi, i suoi suoni, le sue emozioni, il suo bisogno di continuità.
Il simbolo è dinamico, è l'"andare" con gli altri, verso un ulteriore sito di Coscienza, a cui è connessa la filosofia del silenzio. Non è il mondo esterno, profano, a modificarsi in simbolo, ma il mondo interiore che li fa emergere, quasi un altro modo di guardare e di guardarsi.

I Riti Massonici sono la via che può condurre alla partecipazione della grande Opera, latente e nascosta nelle profondità dello Spirito di ognuno e l'Uomo può diventare lo strumento della ricerca di sé e di un nuovo Universo, nella misura in cui sa dimenticarsi.
Tenendo presente che l'Opera si può perseguire solo con tenacia e grande pazienza, con seria leggerezza, con allegra fatica, perché la materia su cui si lavora è sfuggente, è mobilissima, talvolta ci tradisce.
Arrivare alla Sintesi fra sé e gli altri non è facile, perché il superamento di sé costa fatica e non ti procura benefici, semmai qualche distratta commiserazione; il distacco da sé, dalle proprie conquiste, dall'idea del "proprio", (la "robba", di mastro don Gesualdo); sembra quasi una perdita di identità; eppure avvertire la leggerezza e la bellezza del "sentire" insieme, crea quell'indispensabile Unità che fa della Loggia qualcosa di molto simile ad un Corpo Mistico.

La Massoneria è un'Arte, non solo una dottrina. Non casualmente la parola "arte" deriva dalla radice arcaica indoeuropea "AR": "far sorgere (il sole)", quindi la creazione, la propagazione della Luce. Noi siamo in subordine rispetto alle nostre aspirazioni.
Più siamo capaci di compiere gesti grandi, più siamo consapevoli della nostra inadeguatezza.
Più impariamo, più cresce l'abisso della nostra ignoranza e, contestualmente, il nostro bisogno di sapere.
Eppure quel vento che ci spinge, che ci stimola, che ci obbliga ad andare in cerca, nonostante tutto, soffia dentro di noi.

KA
30.05.2008
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